GLOSSARIO
ANTIRAZZISTA

Perché le parole sono il primo ring:
introduzione al glossario

Perché le parole sono il primo ring: introduzione al glossario

Le parole non si limitano a descrivere la realtà: la creano, la giustificano, la cementificano. Quando un secolo fa il regime fascista cercava di cancellare la vittoria di Leone Jacovacci, non lo faceva tanto con i verdetti truccati degli arbitri, quanto con un vocabolario ben preciso. Usava parole come "razza", "supremazia" e "purezza" per costruire una gabbia linguistica e politica. Ieri come oggi, il razzismo strutturale ha bisogno di un codice per restare sotteso nella sua essenza più subdola.

È esattamente per questo che oggi un glossario antirazzista è uno strumento di lotta: la consapevolezza che il linguaggio smuove l’azione.

Se non abbiamo le parole esatte per nominare l’ingiustizia, non possiamo né vederla né abbatterla, e continuare a usare termini obsoleti, figli del trauma coloniale, o ignorare il peso politico dei neologismi, significa lasciare che gli spettri del passato continuino a muoversi indisturbati nelle nostre strade, nelle aule di tribunale, nei media e nel discorso pubblico.

Nominare correttamente i fenomeni – dal colorismo al razzismo sistemico, dalle microaggressioni al privilegio – significa togliere il velo all’ideologia della supremazia bianca. Questo glossario nasce per questo: per disarmare la violenza verbale, decostruire i pregiudizi che portiamo dentro e restituire a ciascun corpo il diritto di definire sé stesso.

Le parole sono i nostri pugni sul ring della società, impariamo a usarle per colpire l’indifferenza.

Termine politico e culturale che definisce le persone nate fuori dal continente africano ma che condividono quella radice storica e culturale (come Leone Jacovacci).

Persona che appartiene al gruppo privilegiato (es. bianco) e usa la propria posizione e i propri spazi per sostenere le lotte delle persone razzializzate, senza sostituirsi a loro.

L’idea che non basti “non essere razzisti” (atteggiamento passivo), ma sia necessario agire attivamente per smantellare le strutture del razzismo.

L’adozione di elementi di una cultura minoritaria o colonizzata da parte della cultura dominante, svuotandoli del loro significato originario e traendone profitto o prestigio.

una costruzione sociale e politica nata per definire chi detiene il potere e chi ne è escluso, celata dietro a una carratteristica biologica.

La persistenza delle logiche di sfruttamento e gerarchia coloniale anche dopo la fine formale degli imperi coloniali.

Forma di discriminazione e pregiudizio che privilegia le persone con la pelle più chiara rispetto a quelle con la pelle più scura.

Il processo (culturale, linguistico e istituzionale) di smantellamento delle strutture e dei modi di pensare ereditati dal passato coloniale.

La dispersione di un popolo e della sua cultura in diverse parti del mondo, che mantiene però una memoria e un legame ideale con la terra d’origine.

L’atto di guardare l’altro attraverso la lente del “diverso”, del “selvaggio” o dell’affascinante per stereotipi, riducendo una cultura a feticcio.

La falsa credenza che le identità o i gruppi umani abbiano caratteristiche innate, fisse e biologiche immutabili.

Esempio storico della propaganda coloniale italiana, simbolo della feticizzazione e dell’oppressione del corpo delle donne africane durante il fascismo.

Lo stato di disagio, difesa o colpevolizzazione – capace di sfociare in dinamiche violente – che molte persone bianche provano quando vengono messe di fronte al tema del razzismo o del proprio privilegio.

L’obiettivo politico di eliminare le disparità istituzionali basate sull’etnia e riparare i danni storici subiti dalle comunità marginalizzate.

Approccio teorico che analizza come diverse categorie di oppressione (etnia, genere, classe sociale, orientamento sessuale…) si sovrappongano e si amplifichino a vicenda.

I principi giuridici legati alla riforma della cittadinanza (nascita sul territorio o compimento di un ciclo di studi), nodi centrali del dibattito antirazzista italiano.

L’adozione consapevole di parole che non escludano, non stereotipizzino e non offendano le diversità umane, riconoscendo il potere performativo della parola.

Parola dal passato complesso (spesso usata dal colonialismo in senso dispregiativo) oggi risignificata per parlare di identità plurali, fluide e di intersezioni culturali.

Commenti, battute o dinamiche quotidiane apparentemente innocue – “Da dove vieni veramente?” o “Parli bene l’italiano!” – che in realtà ribadiscono l’esclusione di una persona.

Stereotipi e atteggiamenti automatici che influenzano le nostre azioni e decisioni a livello inconscio, spesso in contrasto con le nostre convinzioni dichiarate.

L’insieme di vantaggi sociali, culturali e politici, spesso invisibili a chi li possiede, di cui gode una persona per il solo fatto di essere percepita come bianca.

L’uso del colore della pelle, dell’etnia o dell’origine da parte delle forze dell’ordine o di sicurezza come fattore per sospettare o fermare una persona.

Il processo storico, sociale e politico attraverso il quale a determinati gruppi umani vengono attribuite caratteristiche fisse e insormontabili basate sull’origine o sull’aspetto.

Il razzismo non come semplice dinamica individuale, ma come asse portante di istituzioni, leggi e cultura che penalizza storicamente le persone non bianche.

L’amnesia collettiva della società italiana riguardo ai crimini, alle violenze e al razzismo di Stato perpetrati durante le avventure coloniali in Africa.

L’atto politico con cui una comunità si appropria di un termine storicamente usato in modo offensivo o oppressivo contro di essa, trasformandolo in un simbolo di orgoglio o lotta.

Termini sociologici – e politici – usati per definire figliə di immigratə natə o cresciutə in Italia, spesso bloccati in un limbo normativo per la cittadinanza.

Un luogo fisico o virtuale in cui le persone marginalizzate o razzializzate possono esprimersi e confrontarsi senza il timore di subire traumi, giudizi o aggressioni.

L’insieme di strutture politiche, economiche e culturali in cui le persone bianche detengono un potere e un privilegio sproporzionati rispetto alle altre.

L’inclusione puramente di facciata di una o pochissime persone appartenenti a minoranze all’interno di un’azienda o di un media, al solo scopo di apparire inclusivi.