JAB prende il suo nome dal pugilato, ma la sua origine è anche una storia in mezzo alla Storia:

quella di Leone Jacovacci.

Nato dall’unione fra un agricoltore romano emigrato in Congo e una principessa congolese, Leone diventa campione europeo dei pesi medi durante il ventennio fascista. In un’Europa che costruisce gerarchie razziali e coloniali, è il primo uomo afrodiscendente a vincere questo riconoscimento. Sono gli anni in cui la parola “razza” viene considerata un fondamento scientifico e politico per affermare la supremazia della cultura bianca.

A distanza di un secolo, gli spettri di quel periodo sembrano ancora presenti. Il fascismo e il nazismo tornano nelle urne e nelle strade, le guerre a est e a sud dell’Europa esplodono e, nonostante la scienza abbia ormai stabilito che quella umana è un’unica specie, il paradigma razziale continua a riemergere nel linguaggio politico e sociale.

La storia di Jacovacci attraversa il Novecento e ne porta addosso le contraddizioni: colonialismo, razzismo, propaganda e spettacolo sportivo. Per molto tempo è rimasta ai margini del racconto ufficiale, dispersa tra archivi, articoli di giornale e memorie frammentarie.

JAB nasce da questa storia: parla di identità meticce, di corpi che attraversano confini, di persone che trovano nello sport uno spazio di riconoscimento e di lotta.

A distanza di un secolo, gli spettri di quel periodo sembrano ancora presenti. Il fascismo e il nazismo tornano nelle urne e nelle strade, le guerre a est e a sud dell’Europa esplodono e, nonostante la scienza abbia ormai stabilito che quella umana è un’unica specie, il paradigma razziale continua a riemergere nel linguaggio politico e sociale.

La storia di Jacovacci attraversa il Novecento e ne porta addosso le contraddizioni: colonialismo, razzismo, propaganda e spettacolo sportivo. Per molto tempo è rimasta ai margini del racconto ufficiale, dispersa tra archivi, articoli di giornale e memorie frammentarie.

JAB nasce da questa storia: parla di identità meticce, di corpi che attraversano confini, di persone che trovano nello sport uno spazio di riconoscimento e di lotta.

Il Ring di Leone:

una storia in mezzo alla Storia

La traiettoria geografica di Leone Jacovacci (1902-1983) comincia a Sanza Pombo, nell’allora Regno del Congo. È il frutto di un’intersezione di mondi e culture: suo padre è un ingegnere italiano, sua madre una principessa congolese di etnia Babuendi. Ma la Storia decide fin da subito per lui: strappato alla madre in tenera età, Leone viene portato a Roma e cresciuto dalla nonna e dal nonno nel viterbese.

È un corpo che attraversa confini prima ancora di poter decidere, segnato fin dall'infanzia dalle contraddizioni del colonialismo

A sedici anni, per sfuggire ai pregiudizi razziali che già rendevano difficile la vita in Italia, Jacovacci sceglie il mare. Si imbarca da Taranto come mozzo e approda in Inghilterra. A Londra, per sopravvivere e mimetizzarsi, diventa John Douglas Walker, si arruola nel Bedfordshire Regiment e, nel 1919, sale per la prima volta sul ring da professionista. Sceglie un altro nome d'arte, Jack Walker, un omaggio al mito di Jack Dempsey. Il pugilato diventa il suo spazio di riconoscimento, per lui l'unico luogo in cui l'identità non si misura col passaporto.

Il viaggio di Jacovacci attraversa il Novecento e ne specchia le tensioni. Nel 1921 si trasferisce a Parigi: combatte, vince e si impone all'attenzione continentale. Quando nel 1922 torna in Italia per sfidare il campione dei pesi medi Bruno Frattini al Teatro Carcano di Milano, la sua netta superiorità sul ring viene negata da un verdetto politico che lo vede sconfitto ai punti. Ma Leone non si ferma. Torna in Francia, accumula decine di match, viaggia fino in Argentina e batte persino il futuro campione del mondo Marcel Thil.

Il vero scontro, tuttavia, avviene fuori dalle corde del ring. Nel 1925 decide di stabilirsi in Italia e chiede il riconoscimento della cittadinanza. È una lotta estenuante contro la burocrazia del Partito Nazionale Fascista, che non può tollerare l'idea di un campione italiano afrodiscendente proprio mentre costruisce le sue gerarchie razziali.

Solo il 16 ottobre 1927, riappropriatosi del suo nome di battesimo, riesce a sfidare il campione in carica Mario Bosisio. Un altro verdetto manipolato trasforma la sua vittoria in un pareggio per salvare il titolo del beniamino del regime.

L'Europa, la gloria
e il fango
della propaganda

Il trionfo
e l'ostracismo

La giustizia sportiva, però, non può fermare la fame di riscatto di Jacovacci per sempre. Il 24 giugno 1928, in uno Stadio Nazionale di Roma gremito all'inverosimile, Leone rimette Bosisio all'angolo. Dopo 15 riprese durissime, Jacovacci vince ai punti e conquista contemporaneamente la cinura di campione italiano ed europeo dei pesi medi.

In quell'istante, Leone Jacovacci compie un atto rivoluzionario: diventa il primo uomo afrodiscendente a dominare l'Europa del ring, proprio nel cuore del ventennio che teorizzava la supremazia della razza bianca.

La risposta del regime mussoliniano è implacabile ma silenziosa, subdola: l'ostracismo. La propaganda fascista tenta di cancellarlo e di spingerlo ai margini del racconto ufficiale. Così, difende il titolo a Milano, poi lo perde a Parigi nel 1929 contro Thil, e infine, logorato da verdetti casalinghi e pressioni politiche, è costretto a riconsegnare la cintura italiana a Bosisio nel 1930.

La parabola pugilistica di Jacovacci si avvia al declino: combatte fino al 1935, poi passa per un breve periodo al catch - la lotta libera - prima di abbandonare definitivamente lo sport. L'uomo che aveva messo in ginocchio l'Europa dei bianchi e del fascismo finisce i suoi giorni nel silenzio di un condominio di Milano, lavorando come portinaio.

Si spegne nel 1983, lasciando una storia frammentata tra gli archivi, ma potente come un jab: la storia di un corpo meticcio che ha usato lo sport come spazio di lotta e che, a distanza di un secolo, continua a parlarci di confini, identità, resistenza e seconde generazioni.

Da questa storia nasce Jab

I margini
del racconto