JAB prende il suo nome dal pugilato, ma la sua origine è anche una storia in mezzo alla Storia:
quella di Leone Jacovacci.
Nato dall’unione fra un agricoltore romano emigrato in Congo e una principessa congolese, Leone diventa campione europeo dei pesi medi durante il ventennio fascista. In un’Europa che costruisce gerarchie razziali e coloniali, è il primo uomo afrodiscendente a vincere questo riconoscimento. Sono gli anni in cui la parola “razza” viene considerata un fondamento scientifico e politico per affermare la supremazia della cultura bianca.
A distanza di un secolo, gli spettri di quel periodo sembrano ancora presenti. Il fascismo e il nazismo tornano nelle urne e nelle strade, le guerre a est e a sud dell’Europa esplodono e, nonostante la scienza abbia ormai stabilito che quella umana è un’unica specie, il paradigma razziale continua a riemergere nel linguaggio politico e sociale.
La storia di Jacovacci attraversa il Novecento e ne porta addosso le contraddizioni: colonialismo, razzismo, propaganda e spettacolo sportivo. Per molto tempo è rimasta ai margini del racconto ufficiale, dispersa tra archivi, articoli di giornale e memorie frammentarie.
JAB nasce da questa storia: parla di identità meticce, di corpi che attraversano confini, di persone che trovano nello sport uno spazio di riconoscimento e di lotta.
